Editoriale

(di Simona D’Alessio, Giuseppe Vadalà e Angelo Marra)

Questa sezione nasce con l’intento di avviare una riflessione italiana relativa ai Disability Studies, ambito di studi che già da tempo caratterizza il panorama scientifico internazionale (in particolare del nord Europa, del Regno Unito, del Nord America).

La spinta per questo approfondimento deriva dall’esigenza di riflessione di alcuni ricercatori italiani desiderosi di creare uno spazio di dialogo e di confronto sulle tematiche riguardanti la disabilità da una “prospettiva sociale”.

I Disability Studies di derivazione inglese indagano la complessità – spesso misconosciuta dietro semplicistici riduzionismi – che contraddistingue il concetto di disabilità, declinandola e studiandola non soltanto come una condizione biologica o come un sinonimo di deficit, bensì come una forma di oppressione sociale (Abberley, 1987) nei confronti di chi si differenzia dalla norma. Siamo dunque di fronte ad una recente disciplina di studio che analizza la disabilità come un fenomeno sociale, politico, storico e culturale.

La nostra scelta di mantenere il termine anglosassone Disability Studies dipende non soltanto dalla volontà di utilizzare un termine che sia facilmente accessibile e immediatamente comprensibile a livello internazionale, ma anche e soprattutto per allinearsi ad una scuola di pensiero che studia il concetto di disabilità come un fenomeno unitario risultante da una serie di fattori storici, politici, culturali ed economici e che va oltre l’eziologia dell’individuo, per investigare il modo in cui è strutturata la società.

Che cosa sono i Disability Studies

I Disability Studies indagano la società all’interno della quale la persona disabile vive, mettendo in discussione l’assunto che lega causalmente l’avere una menomazione con l’essere disabile.

Per tale ragione, i Disability Studies hanno una forte componente politica poiché il loro obiettivo è quello di promuovere il cambiamento della società, in particolare attraverso una partecipazione attiva delle persone disabili nelle scelte che riguardano la loro vita, non già quello di aiutare una sfortunata minoranza della popolazione ad integrarsi nella società esistente (Barton, 2001).

I Disability Studies intendono far emergere tutte quelle forme e mezzi di esclusione (di natura legislativa, culturale, comportamentale, ecc.) radicati nel nostro sistema sociale e funzionali alla riproduzione delle forme di discriminazione, nonostante le opposte intenzioni. Per fare emergere tali forme di discriminazione i Disability Studies si differenziano da una tradizione di studio della disabilità di tipo medico che mantiene lo scopo dell’integrazione dei disabili nella società attraverso un processo di riabilitazione e di normalizzazione. Piuttosto che combattere le carenze individuali, i Disability Studies mirano all’identificazione delle condizioni discriminanti – quali la povertà, la disoccupazione, le politiche educative e sociali disabilitanti, le barriere architettonico-comunicative e culturali e gli atteggiamenti sociali – che producono l’esclusione dalla cittadinanza attiva e causano la dipendenza (Oliver, 1990) di specifici gruppi poiché non corrispondenti alle aspettative “abiliste”.

Da sottolineare, inoltre, che un aspetto essenziale di questa disciplina è il coinvolgimento e la partecipazione alle attività di ricerca dei soggetti disabili: non più quindi solo “oggetti” di studio bensì protagonisti attivi degli studi scientifici che li vedono “indagati” (vedi di seguito la sezione riguardo la ricerca di tipo emancipativo).

I Disability Studies finiscono per mettere in discussione il concetto di normalità, presupposto indispensabile sulla base del quale vengono convalidate e legittimate una serie di pratiche sociali considerate naturali ma che invece sono il risultato di teorie e paradigmi culturali dominanti. In breve, i Disability Studies sfidano l’ordine egemonico esistente in materia di interpretazione della disabilità offrendo un modello interpretativo alternativo del fenomeno (sociale) della disabilità, attraverso un’interazione tra il mondo sociale e quello accademico.

Storia della disciplina

I Disability Studies sono una disciplina di studio relativamente recente, sviluppatasi in Gran Bretagna intorno agli anni ’70. Un gruppo di studiosi inglesi (tra cui Mike Oliver e Vic Finkelstein) riunitosi presso la Open University cominciano a scrivere della loro condizione di vita e a criticare il modo in cui la società rende disabile (attraverso il processo di disablement) l’uomo che si differenzia dalla norma.

I Disability Studies cominciano però ad esistere come disciplina accademica soltanto intorno agli anni ’80. Di fondamentale importanza risulta essere il carattere multidisciplinare della ricerca, condotta in modo olistico coinvolgendo più ambiti disciplinari e territoriali: sociologia, psicologia, diritto, storia, filosofia e mantenendo una certa peculiarità e coerenza territoriale rispetto alle diverse aree geografiche di riferimento. Dal punto di vista geografico, ad esempio, si possono incontrare i Disability Studies anglosassoni, nord americani e australiani a cui poi si collegano gli studi dei paesi del nord Europa e dell’area dei Paesi Bassi e del Belgio. Al di là delle varietà di indirizzi e di aree geografiche ciò che risulta evidente è la crescita dell’interesse per lo studio di un fenomeno utilizzando delle nuove premesse teoriche che mirano a modificare il paradigma culturale attraverso il quale si interpreta il concetto di disabilità.

I temi presentati in questo editoriale sono principalmente legati alla prospettiva anglosassone per due ragioni. La prima è il legame teorico e culturale, nonché personale, che lega gli autori di questo editoriale alla figura del padre fondatore del movimento anglosassone, Mike Oliver e ad alcuni suoi diretti collaboratori, in particolare il prof. Len Barton. In secondo luogo perché, in linea con la prospettiva anglosassone, la disabilità viene soprattutto intesa come una forma di ‘oppressione’ sociale. Diversamente altri approcci, come ad esempio l’approccio americano, identificano le persone disabili soprattutto come una ‘minoranza’ sociale. Inoltre, mentre l’approccio anglosassone sottolinea il divario esistente tra il concetto di disabilità (condizione sociale) e quello di menomazione (una condizione biologica), l’approccio americano dà rilievo alla menomazione che occupa un ruolo centrale nella vita delle persone disabili. Come afferma Nancy Jay (1981 in Shakespeare e Watson, 2002) le persone sono rese disabili dalla società ma anche dal corpo. Secondo questa prospettiva pertanto, il corpo e le conseguenze della menomazione sull’individuo devono continuare ad occupare uno spazio importante all’interno degli studi sulla disabilità. In realtà, come afferma lo stesso Mike Oliver il movimento anglosassone non vuole mettere in secondo piano la menomazione o il dolore e la pena individuali che spesso ne derivano. Sceglie però di non usare tali questioni personali, che sono differenti da individuo e individuo e tra tipo di menomazioni, come argomentazioni alla base della battaglia politica.

La differenza tra le due posizioni, quella anglosassone e quella americana, è anche visibile nelle scelte linguistiche adottate da un approccio o dall’altro. Mentre il movimento degli attivisti disabili britannici sceglie di utilizzare la definizione di disabled people (‘persone disabili’), il movimento americano sceglie invece di utilizzare la definizione di people with disabilities ‘persone con disabilità’. Il termine ‘disabled’ è provocatorio in quanto sottolinea il fatto che le persone con una menomazione (impairment) sono ‘rese disabili’ (disabled) dalla società in cui vivono e non nascono con una disabilità (in quanto la disabilità non ha nulla a che fare con la persona). Il termine di ‘persone con disabilità’ invece mette l’accento sulla persona piuttosto che sulla menomazione, aumentando però il rischio di confondere ancora una volta la disabilità (disability) con il deficit (impairment).

Ad ogni modo, essendo i Disability Studies un ambito di studio assai recente e in continua evoluzione, si è scelto di aprire il dialogo e di lasciare spazio a tutti gli approcci esistenti, nel rispetto del passato storico, culturale e sociale di ciascun paese e individuo.

I Disability Studies, soprattutto quelli di derivazione britannica, ma non soltanto, affrontano le seguenti questioni:

  • Lo sviluppo di una nuova interpretazione del concetto di disabilità da una prospettiva sociologica e di tutela dei diritti umani
  • Lo sviluppo dei nuovi paradigmi di ricerca (vedi ”emancipatory research”)
  • Il sostenimento della crescita del movimento delle persone disabili – il Disability Movement – favorendo il processo di empowerment delle persone disabili attraverso una trasformazione delle relazioni di potere esistenti
  • Lo sviluppo di una nuova interpretazione del concetto di disabilità da una prospettiva sociologica e dei diritti umani

Il quadro teorico di riferimento dei Disability Studies è il modello sociale della disabilità. Il “modello sociale” nasce intorno agli anni ’60 e ’70 in Inghilterra. Concettualizzato per la prima volta da Paul Hunt (1960) viene poi sviluppato da Vic Finkelstein (UPIAS, 1976) e altri attivisti disabili del movimento dello UPIAS (Union of the Physically Impaired Against Segregation) negli anni ’70 (UPIAS, 1976). Le basi teoriche del modello vengono poi teorizzate da studiosi come Mike Oliver, Colin Barnes e Len Barton (2002).

L’approccio innovativo per lo studio della disabilità proposto dal modello sociale della disabilità consiste in una teorizzazione di tipo sociologico che mira a superare la visione della disabilità come tragedia individuale capitata ad una sfortunata minoranza della popolazione. Tale sguardo permette di analizzare in modo critico il concetto di disabilità e di identificare dei nuovi ambiti di studio e di ricerca capaci di individuare le barriere sociali che si devono rimuovere per combattere la discriminazione e l’esclusione.

Uno dei capisaldi dei Disability Studies è il testo di Mike Oliver ‘Politics of Disablement’ (Oliver, 1990) in cui viene presentato uno studio sociologico del fenomeno della disabilità.

L’analisi proposta dall’autore inglese si basa sui seguenti principi:

  • una distinzione tra deficit (impairment o condizione biologica) e disabilità (disability o condizione sociale)
  • un distacco teorico con il modello medico/clinico o modello individuale della disabilità
  • una connotazione della disabilità come condizione di oppressione sociale vissuta da alcune persone che si differenziano dalla norma

I sostenitori del modello sociale della disabilità affermano che:

…è la società che rende disabili le persone che hanno una menomazione fisica. La disabilità è qualcosa che si somma al nostro deficit a causa del modo in cui noi [disabili] veniamo isolati ed esclusi dalla partecipazione nella società senza alcuna ragione. Le persone disabili sono pertanto un gruppo di persone oppresse dalla società. Al fine di capire questa condizione di oppressione è necessario afferrare la distinzione tra la menomazione/deficit fisico e la condizione sociale, chiamata disabilità, vissuta dalle persone con menomazioni (Oliver, 1996, p. 22)

Secondo questo presupposto la disabilità è un fenomeno sociale e non, quindi, una tragedia personale. Le persone diventano disabili a causa del modo in cui la società è concepita e strutturata e del modo in cui li esclude. Pertanto, la disabilità non ha nulla a che fare con la persona o con il suo ‘deficit’, ma si riferisce alle barriere politiche, culturali, sociali e comportamentali che una persona con una menomazione deve purtroppo continuamente affrontare. Tali barriere perpetuano forme di oppressione e di discriminazione nei confronti delle persone disabili (D’Alessio, 2009).

Il modello sociale, proposto da persone disabili, si oppone alla costruzione della disabilità come un fenomeno individuale, e sceglie di identificare i meccanismi che ‘disabilitano’ l’essere umano (si parla quindi di disablement) piuttosto che analizzare le caratteristiche del funzionamento di un individuo con menomazioni. Pur non essendo una teoria, il modello sociale può aiutare a fornire delle spiegazioni che possono portare a soluzioni alternative da quelle proposte dal modello medico che finora ha dominato lo studio della disabilità.

Il modello medico o modello individuale (Oliver, 1990), al contrario, considera la disabilità come un problema individuale, una patologia che riguarda un individuo o una sfortunata minoranza della popolazione. La disabilità è studiata e concepita come una mancanza (funzionale) che deve essere compensata in modo da garantire all’individuo una vita il più possibile vicina a quella normale. Spesso la persona disabile o, meglio, la sua identità diventa un tutt’uno con la condizione patologica o la malattia cronica.

Il modello medico infatti:

  • identifica la disabilità essenzialmente con la condizione biologica di una sfortunata minoranza (o come una conseguenza di quest’ultima)
  • considera la disabilità come una forma di devianza dalla normalità
  • vede la disabilità come una mancanza che deve essere compensata

Il modello medico, costruendo il concetto di disabilità in opposizione a quello di normalità, auspica una cura e cerca di trovare i modi per concepire e ‘aggiustare e/o adattare’ il corpo o la mente della persona disabile affinché questa possa essere il più normale possibile (dalla riabilitazione alle forme di supporto economico ed assistenziale alla persona). In generale il modello medico è basato su una visione dicotomica della realtà – disabilità e normalità – e su una concettualizzazione astratta di come deve essere l’essere umano. Il problema del modello medico è che non indaga se esistono altre ragioni, oltre a quelle fisiologiche e biologiche, che hanno potuto determinare la condizione di disabilità di un individuo. Anche quando ciò dovesse avvenire, le condizioni sociali (ad esempio uno spazio non accessibile per chi usi una sedia a rotelle) non vengono mai considerate come la causa della disabilità, sempre ricercata invece nella persona.

Va specificato però che il modello sociale non intende opporsi al modello medico, non mira a screditare il lavoro fatto dai medici con la riabilitazione né il contributo che le scienze mediche hanno apportato e possono apportare per il miglioramento della vita delle persone disabili. Ciò che viene criticato di questo modello è lo sguardo sull’individuo, e l’idea che ne scaturisce di disabilità come terribile evento capitato ad un soggetto sfortunato (Oliver, 1990). Mike Oliver, a tal proposito, preferisce usare il concetto di modello individuale della disabilità e modello di oppressione sociale, proprio per non screditare il lavoro dei professionisti. Il modello sociale, a tal proposito, non intende negare il ruolo e l’importante alleanza che medici e terapie mediche possono giocare nella vita delle persone disabili. La critica si basa sull’egemonia del discorso medico (e la conseguente subordinazione di altri discorsi, si pensi a quello pedagogico) e deI trattamento della disabilità da parte dei medici (che, invece, dovrebbero trattare la malattia/deficit) in quanto potrebbero non essere le persone giuste a valutare questioni che riguardano l’educazione, il reclutamento professionale, il trasporto, la struttura delle abitazioni. Allo stesso tempo, dovrebbero essere le persone disabili a poter giocare un ruolo fondamentale nelle scelte che riguardano tali aspetti e, quindi, le loro vite.

Il modello sociale non dimentica la condizione individuale e patologica della persona (ad esempio il peso e/o il dolore che possono derivare dal corpo), ma sceglie piuttosto di focalizzare l’attenzione su questioni condivisibili da più individui (ossia la condizione di oppressione sociale) che possono essere utilizzate sul piano della lotta politica. La condizione biologica o le conseguenze che derivano da tale condizione, pur restando importanti elementi di riflessione individuale, non costituiscono una soggettività collettiva e pertanto non possono essere utilizzate come strumento di lotta contro una relazione sociale oppressiva.

Lo sviluppo di nuovi paradigmi di ricerca

La ricerca ‘emancipatoria’ – emancipatory research – ha lo scopo di favorire il processo di emancipazione delle persone disabili, attraverso una loro partecipazione attiva nel processo di ricerca e/o nella generazione dei quesiti di ricerca.

L’emancipatory research:

  • rifiuta il modello individuale della disabilità come tragedia personale e riconosce il modello sociale della disabilità;
  • si concentra su un approccio alla ricerca basato sul modello partecipatorio, negando l’obiettività e la neutralità della figura del ricercatore (Barnes, 1997);
  • capovolge il rapporto gerarchico tra ricercatore e colui che è oggetto di ricerca;
  • opta per la scelta di metodi e metodologie di ricerca innovativi.

In breve, secondo questo paradigma di ricerca, le persone disabili non sono soltanto gli oggetti, la target population dello studio, ma sono partecipanti attivi nella formulazione sia dei quesiti di ricerca che nello svolgimento effettivo di essa e soprattutto beneficiari ultimi dei risultati raggiunti.

Un forte input per lo sviluppo della ricerca di tipo emancipativo è stato dato dal lavoro di Oliver (1990) che in una indagine compiuta per il governo inglese nel 1986 modifica le domande del questionario utilizzando il modello sociale della disabilità. Così, per esempio, la domanda del questionario: “Puoi dirmi cosa non funziona in te?”, viene trasformata in “Puoi dirmi cosa non funziona nella società?”. Sulla stessa linea lo stesso Oliver trasforma la domanda “I tuoi problemi di salute o la tua disabilità ti impediscono di prendere l’autobus?” in “Il modo in cui sono costruiti i mezzi di trasporto ti impedisce di uscire di casa come e quando vorresti?” In questo modo, grazie alla partecipazione attiva alla costruzione della ricerca della persona disabile, il focus dell’attenzione viene spostato dalle condizioni patologiche della persona a quelle degli spazi in cui la persona disabile vive e ai comportamenti tenuti dalla maggioranza della popolazione. Tale ricerca non soltanto permise di identificare una serie di ostacoli architettonici e legati al comportamento, ma favorì la crescita dell’autostima delle persone mettendole nella situazione di comprendere che ciò che spesso succedeva loro era il risultato di una ingiustizia sociale e non un problema individuale.

Il lavoro della emancipatory research è ancora all’inizio, ma speriamo che questo spazio di dialogo e di discussione possa rappresentare un ulteriore incentivo per lo sviluppo della ricerca accademica verso questa direzione.

Sostenere la crescita del movimento delle persone disabili – il Disability Movement – favorendo un processo di empowerment delle persone disabili attraverso una trasformazione delle relazioni di potere esistenti.

Gli studiosi di Disability Studies sostengono che per modificare la società in cui viviamo sia necessario modificarne i rapporti e le relazioni di potere che la costituiscono. In breve per prendere decisioni diverse è necessario mettere persone diverse negli ambiti in cui vengono prese delle decisioni. Per tale ragione ritengono opportuno che le persone disabili svolgano sempre di più un ruolo politico centrale all’interno della società in cui viviamo. Questo non significa che i Disability Studies siano una disciplina che può essere sviluppata solo da individui che si definiscono disabili, ma da tutti coloro che mirano a:

  1. un processo di empowerment delle persone disabili;
  2. un’attività di ricerca i cui obiettivi sono condivisi dalle persone disabili che vivono la condizione di oppressione sulla loro pelle;
  3. sostenere i principi di self advocacy e self determination (auto-rappresentarsi e auto-determinarsi).

Disability Studies in Italia

Se da una parte questo sito e soprattutto la rivista Italian Journal of Disability Studies intendono creare uno spazio di dialogo e di riflessione sulle tematiche concernenti gli studi sulla disabilità a livello internazionale, dall’altra parte intendono ‘dare voce’ ad un gruppo di lavoro fondamentalmente italiano sui Disability Studies. Al momento infatti, la letteratura italiana in ambito dei Disability Studies è infatti quasi del tutto inesistente. Questo chiaramente non significa che del lavoro non sia stato fatto e che dei dibattiti non siano stati avviati. Quello che però emerge è che pur esistendo dei corsi di master su Disabilità e Diritti Umani (Università di Padova), corsi generali sullo studio dell’ICF (International Classification of Functioning Disabliity and Health) e la disabilità, ancora non esiste infatti in Italia nessuna cattedra accademica specifica sui Disability Studies. Inoltre i corsi esistenti offrono soprattutto seminari di stampo medico piuttosto che corsi completamente dedicati allo studio della disabilità da un prospettiva sociale.

Grande attenzione agli studi della disabilità è stata data dal lavoro svolto in Italia dalla FISH (Federazione Italiana Superamento Handicap) e dal CND (Consiglio Nazionale sulle Disabilità) anche se si tratta fondamentalmente di un lavoro per l’ottenimento di diritti ancora negati piuttosto che di un approccio di tipo accademico alle questioni riguardanti i Disability Studies e le varie teorie che li sostengono. Speriamo pertanto di poter dare voce, attraverso la nuova rivista, ad uno spazio di discussione che affronti tematiche di tipo accademico anche da una prospettiva italiana.

Un importante risultato: la Convenzione sui Diritti delle Persone con Disabilità

I Disability Studies ed il Disability Movement hanno influito non poco sul contesto internazionale. Nel Dicembre 2006 le Nazioni Unite hanno approvato la Convenzione sui Diritti delle Persone con Disabilità, primo trattato internazionale sui diritti umani del ventunesimo secolo. Per alcuni studiosi dei Disability Studies un aspetto importante dell’approccio dei diritti umani risulta essere l’implementazione di tale Convenzione.

Lo scopo della convezione è quello di promuovere, proteggere e assicurare il pieno e giusto godimento dei diritti umani delle persone con disabilità, senza creare dei nuovi diritti ma cercando di fare in modo che quelli esistenti siano goduti anche dalle persone con disabilità. Gli stati che firmeranno la Convenzione saranno chiamati ad introdurre delle misure per promuovano i diritti delle persone disabili: la promulgazione di leggi anti-discriminatorie, l’eliminazione di leggi e pratiche discriminatorie, considerazione delle persone con disabilità soprattutto quando vengono adottate delle nuove politiche e dei nuovi programmi. Tutti i servizi, i beni e le strutture dovranno risultare accessibili alle persone con disabilità.

In breve la Convenzione non si sostituisce agli strumenti precedenti di tutela dei diritti umani né intende limitare la legislazione nazionale più favorevole eventualmente esistente. Essa esplicita piuttosto come i diritti umani comuni a tutti gli uomini debbano concretizzarsi tenendo conto della peculiare condizione esistenziale e sociale propria delle persone disabili.

È opportuno indicare alcuni tratti salienti della Convenzione. Prima di tutto, va detto che lo scopo dichiarato della convenzione è:

promuovere, proteggere e garantire il pieno ed uguale godimento di tutti i diritti umani e di tutte le libertà fondamentali da parte delle persone con disabilità, e promuovere il rispetto per la loro intrinseca dignità (art. 1 Convenzione ONU)

Il concetto di disabilità presentato nella Convenzione, segna pertanto un’evoluzione rispetto al passato: infatti, pur non trovando all’interno del testo una definizione di disabilità, l’impostazione risente chiaramente dei contributi legati al modello sociale come risulta evidente già nel preambolo (si veda alla lettera e) che recita

[…] la disabilità è un concetto in evoluzione [ed] è il risultato dell’interazione tra persone con menomazioni e barriere comportamentali ed ambientali, che impediscono la loro piena ed effettiva partecipazione alla società su base di uguaglianza con gli altri. (Preambolo, lettera e)

Il fenomeno è dunque considerato dinamicamente per cui la condizione di disabilità può variare nel tempo, essa non resta sempre uguale a se stessa (Priestley, 2003). In secondo luogo, è messo in evidenza un altro aspetto molto importante: la disabilità è il risultato di una interazione uomo-ambiente alla quale consegue una situazione di esclusione. Terzo profilo rilevante di questo punto del preambolo è che le barriere che interagiscono con il soggetto con menomazioni non sono solo fisiche ma anche comportamentali.

Per quanto riguarda poi il ruolo che le persone disabili devono avere rispetto alle scelte che concernono la loro vita, la Convenzione rafforza un principio fondamentale dei Disability Studies nell’articolo 1 (comma 2):

“Per persone con disabilità si intendono coloro che presentano durature menomazioni fisiche, mentali, intellettuali o sensoriali che in interazione con barriere di diversa natura possono ostacolare la loro piena ed effettiva partecipazione nella società su base di uguaglianza con gli altri.”

In linea con quanto espresso precedentemente, la Convenzione rende vincolante per gli Stati il principio che ha guidato l’azione del Movimento internazionale dei diritti delle persone con disabilità: “niente su di noi, senza di noi” (Charlton, 1998).

Chiaramente, l’impegno assunto con la ratifica della Convenzione è quello di garantire e promuovere la piena realizzazione di tutti i diritti umani e delle libertà fondamentali per tutte le persone con disabilità senza discriminazioni di alcun tipo.

La Convenzione è solo l’ultimo tassello di un mosaico che, soprattutto in Italia, ha dimensioni più ampie. Pertanto, questa rivista non mancherà di approfondire anche i profili giuridici connessi al fenomeno della disabilità, in particolare in riferimento agli sviluppi connessi alla Convenzione.

Il modello sociale della disabilità potrebbe infatti trovare nella Convenzione un’ulteriore possibilità di sviluppo, soprattutto considerate le sempre crescenti critiche (Crow, 1996; Corner & French, 1999; Shakespeare & Watson, 2002) nei confronti del modello sociale della disabilità e ad una sua applicazione in tutti gli ambiti di vita delle persone disabili (ad esempio l’essere eccessivamente politicizzato e poco attento alle questioni individuali e personali legate alla menomazione). In breve, il concetto di diritto umano potrebbe rappresentare un modo per sviluppare un nuovo modello di disabilità che raccoglie gli aspetti positivi del modello sociale, ad esempio il focus sui meccanismi di discriminazione sociale, ma mettendo l’accento sulla persona senza il bisogno di classificarla o identificarla come facente parte di una specifica categoria sociale.

Bibliografia

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