Sfondo teorico

Assumere come sfondo il concetto ecologico di interazioni fra sistemi (persone, gruppi, territori, istituzioni), fra le loro culture e le loro storie, in un rimando continuo fra dimensioni macro (politiche, sistema sociale ed istituzionale) e micro (sistemi di funzioni come ad esempio la scuola, il lavoro, servizi alle persone per citarne solo alcuni e sistemi di significati come quelli espressi dalle singole persone o da gruppi) e la loro organizzazione, permette di entrare nelle variazioni di significato non solo storiche, ma anche culturali e politiche; e, questo, per interrogare il gesto sociale che definisce la zona di confine fra la norma e ciò che le è esterno con i conseguenti processi di stigmatizzazione, emarginazione ed esclusione.

Le questioni relative all’inclusione o all’esclusione delle differenze e, con esse, delle persone disabili, non possono quindi essere disgiunte da quelle relative al processo complessivo di coesione o dissociazione sociale, dai sistemi di significati costruiti e accolti dal sociale, nonché dalle reti di resistenza e di significato espressi dalle differenze in termini di esperienza di vita o di elaborazione.

Le differenziazioni messe in atto (ad esempio disabilità, sessualità, genere, razza) hanno però una storia comune in quanto espressione di un pensiero che tende a produrre categorie, accentuando un termine della dicotomia: abilismo (abile/non abile), sessismo (maschio/femmina), razzismo (italiano/ straniero). Questi sono solo alcuni dei termini che individuano le assiologie che un pensiero critico dovrebbe proporsi di decostruire, tenendo presente che l’adozione di ogni particolare punto di vista (ad esempio l’attenzione al deficit, alla persona, al sociale, al senso costruito dalle persone, ecc.) produce un approccio ogni volta diverso non solo nel modo di “vedere” le differenze e la persona disabile, ma anche nel progettare e nell’operare in campo educativo e sociale (Medeghini e Valtellina, 2003).

Ricostruire criticamente l’insieme e l’intreccio dei tanti punti di vista in gioco, diventa oggi un’operazione essenziale data l’evidente, urgente esigenza di una prospettiva culturale e socio-politica capace di elaborare le nuove emergenze e le nuove soglie togliendo il tema delle differenze e della disabilità – e con esse quelli di integrazione e dell’inclusione – da ciò che si può definire un “generale indifferenziato concettuale” (Oliver, 2002).

L’“indifferenziazione concettuale” (Oliver, 1996) – ma anche metodologico e progettuale – si manifesta nel momento in cui si assumono i concetti di differenze, disabilità e di integrazione come elementi non problematici in sé, quasi come esiti esecutivi orfani o privi di teorie di riferimento proprie, connotati da soli metodi operativi. Tali concetti, infatti, sembrano alla fine omogeneizzarsi in una sorta di “saggezza educativa e sociale” che nasconde però una pluralità di visioni contrastanti tra di loro, spesso in modo inconciliabile, per epistemologia e metodologia.

Il rimando critico all’“indifferenziato concettuale” e la conseguente necessità di rendere espliciti e consapevoli i riferimenti concettuali e metodologici aggancia, infine, in modo solido la riflessione agli interventi educativi quali la scuola e ai servizi, come pure, a quella dei presupposti e delle idee che stanno alla base della progettazione sociale e politica nel campo delle differenze e delle disabilità.